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venerdì 1 maggio 2026

La Girgenti di Gregorovius, Goethe, Dumas padre e Maupassant e dei Grand Tour del '700 ed '800 - Villa Panza, il castello di Masino, il bosco di San Francesco, Parco Villa Gregoriana, l'abbazia di Santa Maria di Cerrate e la Kolymbethra - Volete visitarle con il mio blog? E molto altro

Am 4. September brach ich mit meinem Reisegefährten von Palermo auf, nach dem alten Agrigent zu reiten.




Il 4 di settembre partimmo da Palermo a cavallo, il mio compagno di viaggio ed io, per recarci all’antica Agrigento ora Girgenti.




Quel quattro di settembre del 1855,




raccontato




nelle pagine «Siciliana: Wanderungen in Neapel und Sicilien»,

 

 

 

prima un libro,

 

 

 

poi il volume 3,

 

 

 

in tedesco Band 3,

 

 

 

del libro sugli «Anni di pellegrinaggio in Italia»

 

 

 

(i «Wanderjahre in Italien» 

 

 

 

in lingua tedesca),

 

 

 

pubblicati dalla casa editrice Brockhaus nel 1865,

 

 

 

digitalizzato dal testo della biblioteca pubblica bavarese,




in italiano «Ricordi storici e pittorici d'Italia»,

 

 

 

di Ferdinand Gregorovius,

 

 

 

nato

 

 

 

il diciannove di gennaio del 1821,

 

 

 

morto

 

 

 

il primo di maggio del 1891,

 

 

 

in quell'uno di maggio.

 

 

 

Johann Wolfgang von Goethe, Guy de Maupassant, Alexandre Dumas padre.

 

 

 

I viaggiatori europei tra Settecento e Ottocento.

 

 

 

La Girgenti del Grand Tour.

 

 

 

Vero che la Valle dei Templi suscitava meraviglia, 

 

 

 

la città di Agrigento veniva spesso descritta con toni duri, ironici e provocatori?

 

 

 

Lo vedremo nel corso degli anni leggendo a poco a poco questi libri.

 

 

 

Per quanto riguarda Goethe non è così.

 

 

 

Attraverso i loro racconti prende forma una narrazione controcorrente?

 

 

 

Abbiamo  

 

 

 

una Girgenti lontana dagli stereotipi, 

 

 

 

una città complessa, 

 

 

 

a tratti aspra e contraddittoria, 

 

 

 

e per questo autentica?  

 

 

 

Un racconto che mette in dialogo passato e presente?

 

 

 

E la Soprintendenza siciliana del mare da alcuni anni mostrava 

 

 

 

un interesse verso il mare davanti la costa agrigentina,

 

 

 

la costa di Agrigento. 

 

 

 

I relitti di antichi naufragi,

 

 

 

il libro e volume di Gaetano Maria Columba, 

 

 

 

nato

 

 

 

il sette di dicembre del 1861, 




morto




il ventidue di novembre del 1947,




un libro pubblicato 

 

 

 

nel 1906, 

 

 

 

dove si  ricorderebbe 

 

 

 

che il porto agrigentino – posto sul fiume Naro e nei pressi del quale sarebbero stati trovati 

 

 

 

sia gli avanzi di antichi moli sia le rovine dei magazzini che qui sorgevano – 

 

 

 

faceva parte di un imponente circuito commerciale, 

 

 

 

operante, 

 

 

 

oltre che con la Grecia, 

 

 

 

anche con Cartagine. 

 

 

 

La prima moneta dell'antica Akragas avrebbe riportato 

 

 

 

il simbolo della città: 

 

 

 

un granchio,

 

 

 

oggi il simbolo del Parco Valle dei templi. 

 

 

 

La parola greca Χηλαι (granchio) 

 

 

 

potrebbe 

 

 

 

significare 

 

 

 

sia le chele del granchio che i bracci di un porto, 

 

 

 

ed il granchio sarebbe 

 

 

 

un’allusione al porto di Akragas, 

 

 

 

alla sua vocazione marittima.

 

 

 

Lo storico Polibio avrebbe lodato 

 

 

 

la città in quanto, 

 

 

 

vicina al mare, 

 

 

 

«partecipa di tutti i vantaggi, che dallo stesso provengono». 

 

 

 

Secondo Diodoro Siculo, 

 

 

 

la città sarebbe diventata presto ricca e splendida grazie ai commerci che esercitava con l’Oriente e con la vicina Cartagine.

 

 

 

Lo scrittore Publio Virgilio Marone, 

 

 

 

venuto al mondo il quindici di ottobre del 70 avanti Cristo,

 

 

 

deceduto

 

 

 

il ventuno di settembre del 19 avanti Cristo,

 

 

 

avrebbe immaginato 

 

 

 

che Enea, 

 

 

 

facendo il giro della Sicilia da oriente verso occidente, 

 

 

 

abbia avvistato dal mare Akragas: 

 

 

 

«Molto da lungi il gran monte Akragante vedemmo, e le sue torri e le sue spiagge».  

 

 

 

Nel V secolo a.C.  il filosofo agrigentino Empedocle avrebbe definito 

 

 

 

il porto di Akragas «augustissimo» 

 

 

 

e la flotta del tiranno agrigentino Terone avrebbe sconfitto 

 

 

 

i cartaginesi nel porto di Imera, 

 

 

 

nel corso della celebre battaglia che vide insieme Akragas e Siracusa sconfiggere Cartagine.

 

 

 

Durante la dominazione romana in Sicilia, lo scrittore Cicerone, Marco Tullio Cicerone,

 

 

 

nato e venuto al mondo il tre di gennaio del 106 avanti Cristo,

 

 

 

morto e deceduto

 

 

 

il sette di dicembre del 43 avanti Cristo,

 

 

 

nel fare la lista di questi furti, 

 

 

 

nel noverare i furti del pretore romano Verre, 

 

 

 

di Gaio Licinio Verre,

 

 

 

o Caio Licinio Verre,




avrebbe accennato 

 

 

 

alla copiosa quantità di frumenti esportata dall’emporio agrigentino, 

 

 

 

insieme a sale e zolfo. 

 

 

 

Durante il periodo romano l’emporium di Agrigentum sarebbe stato molto famoso e Strabone, 

 

 

 

il geografo vissuto al tempo di Cesare e di Augusto, 

 

 

 

avrebbe testimoniato 

 

 

 

che quello di Agrigentum era il più notevole scalo della costa meridionale dell’isola della Sicilia. 

 

 

 

Successivamente ci sarebbe stata pur sempre una decadenza relativa, 

 

 

 

se anche al tempo delle invasioni barbariche, 

 

 

 

secondo una testimonianza dello storico Procopio di Cesarea, 

 

 

 

mentre il re degli Ostrogoti che si chiamava Totila si apprestava 

 

 

 

a riacquistare 

 

 

 

i perduti domini, 

 

 

 

le navi di Agrigentum avrebbero fornito 

 

 

 

al papa Vigilio (morto

 

 

 

il sette di giugno del 555), 

 

 

 

nel VI secolo, 

 

 

 

un'abbondante quantità di frumento, uomini e legni da carico. 

 

 

 

L’antico emporion della polis agrigentina, 

 

 

 

della città agrigentina,

 

 

 

sarebbe stato approdo della città sino all’epoca romana e bizantina.

 

 

 

Lo storico Tommaso Fazello, 

 

 

 

morto

 

 

 

l'otto di aprile del 1570,

 

 

 

avrebbe notato 

 

 

 

nell’area della foce del fiume Akragas dei saxa quadrata, 

 

 

 

alcuni cosiddetti «saxa quadrata»,

 

 

 

alcuni resti delle banchine del porto classico che si estendeva lungo le sponde del fiume Akragas. 

 

 

 

L’emporium agrigentino sarebbe stato 

 

 

 

un epileion, 

 

 

 

come lo avrebbe chiamato Strabone, 

 

 

 

sufficiente al commercio esercitato dalla città.  

 

 

 

Con l’arrivo dei Normanni, 

 

 

 

che conquistarono 

 

 

 

quella che oggi è 

 

 

 

la città di Agrigento nel 1092, 

 

 

 

sottomettendo i musulmani, 

 

 

 

riportando ad Agrigento la fede cristiana, 

 

 

 

«la città nostra presentava all’entrar dei normanni un grande movimento commerciale ed industriale e fecondo di pubblica e privata ricchezza»

 

 

 

– avrebbe scritto 

 

 

 

lo storico agrigentino Giuseppe Picone, 

 

 

 

nato 

 

 

 

nella mia Agrigento l'otto di novembre del 1819,

 

 

 

morto

 

 

 

il quattordici di agosto del 1901,

 

 

 

nelle «Memorie storiche agrigentine» – 

 

 

 

«la marina nostra si raccolse nel sito ove sorge Porto Empedocle ed ivi, scavate nella marna compatta ampie e profonde fosse e costruiti magazzini, serbò i grani e qualunque specie di derrate che si esportava o per l’estero o per cabotaggio». 

 

 

 

Con la costruzione del nuovo molo a Porto Empedocle, voluta dal vescovo di Girgenti Lorenzo Gioeni, 

 

 

 

nato

 

 

 

il quindici di giugno del 1678,

 

 

 

la vita nel porto agrigentino sarebbe diventata 

 

 

 

una moderna attività industriale. 

 

 

 

Il rapporto tra Agrigento e il mare, attraverso i pensieri e la poetica dello scrittore Luigi Pirandello? 

 

 

 

«Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso»,

 

 

 

ci aveva tramandato Pirandello, 

 

 

 

pronunciando il discorso in occasione della morte di Giovanni Verga.  

 

 

 

Io vivo ad Agrigento, dopo essere andato via due volte e cerco di lottare per viverci facendo attenzione e cercando di non sporcare la mia Agrigento.  

 

 

 

Alcuni versi di Luigi Pirandello: 

 

 

 

“Casa romita in mezzo a la natia

campagna, aerea qui, su l’altipiano

d’azzurre argille, a cui sommesso invia

fervor di spume il mare aspro africano…”

(Pirandello, Ritorno)

 

 

 

Spero 

 

 

 

di leggere 

 

 

 

le pagine della novella pirandelliana «La maestrina Boccarmè»,

 

 

 

la prefazione di Corrado Alvaro, 

 

 

 

nato

 

 

 

il quindici di aprile del 1895, 

 

 

 

morto 

 

 

 

l'undici di giugno del 1956, 

 

 

 

alle Novelle per un anno.

 

 

 

Un'altra novella prirandelliana:

 

 

 

«Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare ammainata a metà su l’albero, in attesa del carico, oltre il braccio di levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei depositi di zolfo. Sotto alle cataste s’impiantavano le stadere, sulle quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi nell’acqua fino all’anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto o fuori» (Pirandello, Lontano).

 

 

 

Da un romanzo pirandelliano:

 

 

 

Non si costruiscono le banchine sulle scogliere del nuovo porto, da cui l’imbarco si potrebbe fare più presto e comodamente coi carri e coi vagoncini, perché i pezzi grossi del paese sono i proprietari delle spigonare. (Pirandello, I vecchi e i giovani).

 

 

 

Chissà se vedrò mai il quadro «Marina di Porto Empedocle»

 

 

 

di Luigi Pirandello. 

 

 

 

Se non l'abbia già visto. 




Buona fortuna al Giardino della Kolymbethra, 
 
 
 
nella Valle dei Templi di Agrigento, 
 
 
 
in Sicilia; 
 
 
 
a Villa e Collezione Panza, 
 
 
 
a Varese; 
 
 
 
al Castello e Parco di Masino, 
 
 
 
a Caravino (To - provincia di Torino); 
 
 
 
al Bosco di San Francesco ad Assisi (Pg - provincia di Perugia);
 
 
 
al  Parco Villa Gregoriana, 
 
 
 
a Tivoli (Roma), 
 
 
 
all’Abbazia di Santa Maria di Cerrate a Lecce.

 

 

 

Buon lavoro ad una società di consulenza di Varese e a chi è donatore di un fondo per la conservazione dei beni culturali e turistici ed all'organizzazione di convegni nei beni del Fondo per l’Ambiente Italiano.




Secondo quanto avrebbe narrato Diodoro Siculo, 
 
 
 
nel 480 a.C. il tiranno Terone per approvvigionare d’acqua la città avrebbe fatto progettare 
 
 
 
una rete di gallerie che sarebbe confluita ai piedi della città in una grande vasca detta Kolymbethra «del perimetro di sette stadui», 
 
 
 
che darebbe il nome al giardino.
 
 
 

E perché non ci sarebbero più i cigni?

 

 

 

Avrebbe avuto

 

 



il periodo di massimo splendore tra il XIX e il XX secolo, 

 

 

 

quando sarebbe diventata meta del Grand tour.

 

 

 

Con olivi secolari, 

 

 

 

con zagare, 

 

 

 

con mandorle, 

 

 

 

con gli ipogei.

 

 

 

Buon lavoro ad uno dei tre soci degli organizzatori del concorso, 

 

 

 

al sito d'informazione agrigentina Grandangolo,

 

 

 

a chi lavora al «Portale Medioevo»,

 

 

 

alla categoria «Storici italiani del XX secolo»,

 

 

 

dell'enciclopedia in rete Wikipedia in italiano;

 

 

 

alla biblioteca in internet WikiSource in lingua italiana. 

 

 

 

«La Girgenti del Grand Tour»

 

 

 

di Beniamino Biondi,

 

 

 

della Minerva aps,

 

 

 

si è svolta 

 

 

 

questa domenica ventisei di aprile del 2026,

 

 

 

dalle nove alle tredici,

 

 

 

dalla mattina all'una, 

 

 

 

la primissima ora del pomeriggio primaverile.

CMViaggi - Calogero Mira alle 23:59
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