Am 4. September brach ich mit meinem Reisegefährten von Palermo auf, nach dem alten Agrigent zu reiten.
Il 4 di settembre partimmo da Palermo a cavallo, il mio compagno di viaggio ed io, per recarci all’antica Agrigento ora Girgenti.
Quel quattro di settembre del 1855,
raccontato
nelle pagine «Siciliana: Wanderungen in Neapel und Sicilien»,
prima un libro,
poi il volume 3,
in tedesco Band 3,
del libro sugli «Anni di pellegrinaggio in Italia»
(i «Wanderjahre in Italien»
in lingua tedesca),
pubblicati dalla casa editrice Brockhaus nel 1865,
digitalizzato dal testo della biblioteca pubblica bavarese,
in italiano «Ricordi storici e pittorici d'Italia»,
di Ferdinand Gregorovius,
nato
il diciannove di gennaio del 1821,
morto
il primo di maggio del 1891,
in quell'uno di maggio.
Johann Wolfgang von Goethe, Guy de Maupassant, Alexandre Dumas padre.
I viaggiatori europei tra Settecento e Ottocento.
La Girgenti del Grand Tour.
Vero che la Valle dei Templi suscitava meraviglia,
la città di Agrigento veniva spesso descritta con toni duri, ironici e provocatori?
Lo vedremo nel corso degli anni leggendo a poco a poco questi libri.
Per quanto riguarda Goethe non è così.
Attraverso i loro racconti prende forma una narrazione controcorrente?
Abbiamo
una Girgenti lontana dagli stereotipi,
una città complessa,
a tratti aspra e contraddittoria,
e per questo autentica?
Un racconto che mette in dialogo passato e presente?
E la Soprintendenza siciliana del mare da alcuni anni mostrava
un interesse verso il mare davanti la costa agrigentina,
la costa di Agrigento.
I
relitti di antichi naufragi,
il libro e volume di Gaetano Maria Columba,
nato
il sette di dicembre del 1861,
morto
il ventidue di novembre del 1947,
un libro pubblicato
nel 1906,
dove si ricorderebbe
che il porto agrigentino – posto sul fiume Naro e nei pressi del quale sarebbero stati trovati
sia gli avanzi di antichi moli sia le rovine dei magazzini che qui sorgevano –
faceva parte di un imponente circuito commerciale,
operante,
oltre che con la Grecia,
anche con Cartagine.
La prima moneta dell'antica Akragas avrebbe riportato
il simbolo della città:
un granchio,
oggi il simbolo del Parco Valle dei templi.
La parola greca Χηλαι (granchio)
potrebbe
significare
sia le chele del granchio che i bracci di un porto,
ed il granchio sarebbe
un’allusione al porto di Akragas,
alla sua vocazione marittima.
Lo storico Polibio avrebbe lodato
la città in quanto,
vicina al mare,
«partecipa di tutti i vantaggi, che dallo stesso provengono».
Secondo Diodoro Siculo,
la città sarebbe diventata presto ricca e splendida grazie ai commerci che esercitava con l’Oriente e con la vicina Cartagine.
Lo scrittore Publio Virgilio Marone,
venuto al mondo il quindici di ottobre del 70 avanti Cristo,
deceduto
il ventuno di settembre del 19 avanti Cristo,
avrebbe immaginato
che Enea,
facendo il giro della Sicilia da oriente verso occidente,
abbia avvistato dal mare Akragas:
«Molto da lungi il gran monte Akragante vedemmo, e le sue torri e le sue spiagge».
Nel V secolo a.C. il filosofo agrigentino Empedocle avrebbe definito
il porto di Akragas «augustissimo»
e la flotta del tiranno agrigentino Terone avrebbe sconfitto
i cartaginesi nel porto di Imera,
nel corso della celebre battaglia che vide insieme Akragas e Siracusa sconfiggere Cartagine.
Durante la dominazione romana in Sicilia, lo scrittore Cicerone, Marco Tullio Cicerone,
nato e venuto al mondo il tre di gennaio del 106 avanti Cristo,
morto e deceduto
il sette di dicembre del 43 avanti Cristo,
nel fare la lista di questi furti,
nel noverare i furti del pretore romano Verre,
di Gaio Licinio Verre,
o Caio Licinio Verre,
avrebbe accennato
alla copiosa quantità di frumenti esportata dall’emporio agrigentino,
insieme a sale e zolfo.
Durante il periodo romano l’emporium di Agrigentum sarebbe stato molto famoso e Strabone,
il geografo vissuto al tempo di Cesare e di Augusto,
avrebbe testimoniato
che quello di Agrigentum era il più notevole scalo della costa meridionale dell’isola della Sicilia.
Successivamente ci sarebbe stata pur sempre una decadenza relativa,
se anche al tempo delle invasioni barbariche,
secondo una testimonianza dello storico Procopio di Cesarea,
mentre il re degli Ostrogoti che si chiamava Totila si apprestava
a riacquistare
i perduti domini,
le navi di Agrigentum avrebbero fornito
al papa Vigilio (morto
il sette di giugno del 555),
nel VI secolo,
un'abbondante quantità di frumento, uomini e legni da carico.
L’antico emporion della polis agrigentina,
della città agrigentina,
sarebbe stato approdo della città sino all’epoca romana e bizantina.
Lo storico Tommaso Fazello,
morto
l'otto di aprile del 1570,
avrebbe notato
nell’area della foce del fiume Akragas dei saxa quadrata,
alcuni cosiddetti «saxa quadrata»,
alcuni resti delle banchine del porto classico che si estendeva lungo le sponde del fiume Akragas.
L’emporium agrigentino sarebbe stato
un epileion,
come lo avrebbe chiamato Strabone,
sufficiente al commercio esercitato dalla città.
Con l’arrivo dei Normanni,
che conquistarono
quella che oggi è
la città di Agrigento nel 1092,
sottomettendo i musulmani,
riportando ad Agrigento la fede cristiana,
«la città nostra presentava all’entrar dei normanni un grande movimento commerciale ed industriale e fecondo di pubblica e privata ricchezza»
– avrebbe scritto
lo storico agrigentino Giuseppe Picone,
nato
nella mia Agrigento l'otto di novembre del 1819,
morto
il quattordici di agosto del 1901,
nelle «Memorie storiche agrigentine» –
«la marina nostra si raccolse nel sito ove sorge Porto Empedocle ed ivi, scavate nella marna compatta ampie e profonde fosse e costruiti magazzini, serbò i grani e qualunque specie di derrate che si esportava o per l’estero o per cabotaggio».
Con la costruzione del nuovo molo a Porto Empedocle, voluta dal vescovo di Girgenti Lorenzo Gioeni,
nato
il quindici di giugno del 1678,
la vita nel porto agrigentino sarebbe diventata
una moderna attività industriale.
Il rapporto tra Agrigento e il mare, attraverso i pensieri e la poetica dello scrittore Luigi Pirandello?
«Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso»,
ci aveva tramandato Pirandello,
pronunciando il discorso in occasione della morte di Giovanni Verga.
Io vivo ad Agrigento, dopo essere andato via due volte e cerco di lottare per viverci facendo attenzione e cercando di non sporcare la mia Agrigento.
Alcuni versi di Luigi Pirandello:
“Casa romita in mezzo a la natia
campagna, aerea qui, su l’altipiano
d’azzurre argille, a cui sommesso invia
fervor di spume il mare aspro africano…”
(Pirandello, Ritorno)
Spero
di leggere
le pagine della novella pirandelliana «La maestrina Boccarmè»,
la prefazione di Corrado Alvaro,
nato
il quindici di aprile del 1895,
morto
l'undici di giugno del 1956,
alle Novelle per un anno.
Un'altra novella prirandelliana:
«Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare
ammainata a metà su l’albero, in attesa del carico, oltre il braccio di
levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei
depositi di zolfo. Sotto alle cataste s’impiantavano le stadere, sulle
quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di
mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di
tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi
nell’acqua fino all’anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la
vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel
porto o fuori» (Pirandello, Lontano).
Da un romanzo pirandelliano:
Non si costruiscono le banchine sulle scogliere del nuovo porto, da cui l’imbarco si potrebbe fare più presto e comodamente coi carri e coi vagoncini, perché i pezzi grossi del paese sono i proprietari delle spigonare. (Pirandello, I vecchi e i giovani).
Chissà se vedrò mai il quadro «Marina di Porto Empedocle»
di Luigi Pirandello.
Se non l'abbia già visto.
Buon lavoro ad una società di consulenza di Varese e a chi è donatore di un fondo per la conservazione dei beni culturali e turistici ed all'organizzazione di convegni nei beni del Fondo per l’Ambiente Italiano.
E perché non ci sarebbero più i cigni?
Avrebbe avuto
il periodo di massimo splendore tra il XIX e il XX secolo,
quando sarebbe diventata meta del Grand tour.
Con olivi secolari,
con zagare,
con mandorle,
con gli ipogei.
Buon lavoro ad uno dei tre soci degli organizzatori del concorso,
al sito d'informazione agrigentina Grandangolo,
a chi lavora al «Portale Medioevo»,
alla categoria «Storici italiani del XX secolo»,
dell'enciclopedia in rete Wikipedia in italiano;
alla biblioteca in internet WikiSource in lingua italiana.
«La Girgenti del Grand Tour»
di Beniamino Biondi,
della Minerva aps,
si è svolta
questa domenica ventisei di aprile del 2026,
dalle nove alle tredici,
dalla mattina all'una,
la primissima ora del pomeriggio primaverile.
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