Successivamente ci sarebbe stata pur sempre una decadenza relativa,
se anche al
tempo delle invasioni barbariche,
secondo una testimonianza dello storico Procopio di Cesarea,
mentre il re degli Ostrogoti che si chiamava Totila si apprestava
a riacquistare
i perduti domini,
le navi di
Agrigentum avrebbero fornito
al papa Vigilio (morto
il sette di giugno del 555),
nel VI secolo,
un'abbondante
quantità di frumento, uomini e legni da carico.
L’antico emporion della polis agrigentina,
della città agrigentina,
sarebbe stato approdo della città sino all’epoca romana e bizantina.
Lo storico Tommaso Fazello,
morto
l'otto di aprile del 1570,
avrebbe notato
nell’area della foce del fiume Akragas dei saxa quadrata,
alcuni cosiddetti «saxa quadrata»,
alcuni resti delle banchine del porto classico che si estendeva lungo le
sponde del fiume Akragas.
L’emporium
agrigentino sarebbe stato
un epileion,
come lo avrebbe chiamato Strabone,
sufficiente al commercio esercitato dalla città.
Con l’arrivo dei Normanni,
che conquistarono
quella che oggi è
la città di Agrigento nel 1092,
sottomettendo i musulmani,
riportando ad Agrigento la fede cristiana,
«la città nostra presentava all’entrar dei normanni un grande
movimento commerciale ed industriale e fecondo di pubblica e privata
ricchezza»
– avrebbe scritto
lo storico agrigentino Giuseppe Picone,
nato
nella mia Agrigento l'otto di novembre del 1819,
morto
il quattordici di agosto del 1901,
nelle «Memorie storiche agrigentine» –
«la marina nostra si raccolse nel sito ove sorge Porto Empedocle ed
ivi, scavate nella marna compatta ampie e profonde fosse e costruiti
magazzini, serbò i grani e qualunque specie di derrate che si esportava o
per l’estero o per cabotaggio».
Con la costruzione del nuovo molo a Porto Empedocle, voluta dal
vescovo di Girgenti Lorenzo Gioeni,
nato
il quindici di giugno del 1678,
la vita nel porto agrigentino sarebbe diventata
una moderna attività industriale.
Il rapporto tra Agrigento e il mare,
attraverso i pensieri e la poetica dello scrittore Luigi Pirandello?
«Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e
rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra
natìa circondata dal mare immenso e geloso»,
ci aveva tramandato Pirandello,
pronunciando il discorso in occasione
della morte di Giovanni Verga.
Io vivo ad Agrigento, dopo essere andato via due volte e cerco di lottare per viverci facendo attenzione e cercando di non sporcare la mia Agrigento.
Alcuni versi di Luigi Pirandello:
“Casa romita in mezzo a la natia
campagna, aerea qui, su l’altipiano
d’azzurre argille, a cui sommesso invia
fervor di spume il mare aspro africano…”
(Pirandello, Ritorno)
Spero
di leggere
le pagine della novella pirandelliana «La maestrina Boccarmè»,
la prefazione di Corrado Alvaro,
nato
il quindici di aprile del 1895,
morto
l'undici di giugno del 1956,
alle Novelle
per un anno.
Un'altra novella prirandelliana:
«Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare
ammainata a metà su l’albero, in attesa del carico, oltre il braccio di
levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei
depositi di zolfo. Sotto alle cataste s’impiantavano le stadere, sulle
quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di
mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di
tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi
nell’acqua fino all’anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la
vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel
porto o fuori» (Pirandello, Lontano).
Da un romanzo pirandelliano:
Non si costruiscono le banchine sulle scogliere del nuovo porto, da
cui l’imbarco si potrebbe fare più presto e comodamente coi carri e coi
vagoncini, perché i pezzi grossi del paese sono i proprietari delle
spigonare. (Pirandello, I vecchi e i giovani).
Chissà se vedrò mai il quadro «Marina di Porto Empedocle»
di Luigi Pirandello.
Se non l'abbia già visto.